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Irruente e magmatica o
talvolta lenta e sommessa la musica, quella d’arte, si giova
della nostra amica quasi fosse un ulteriore canale esposto alla
recezione, e dalla sua apertura tiepida e fumiginosa il fiume sonoro si
infila, ricerca e trova una corsia preferenziale per giungere,
più vivo, al cuore. Magico momento, irrinunciabile rito
giornaliero di chi ama e ricerca le pregnanti sensazioni che
scaturiscono da architetture maestose e stravaganti, costruzioni
brillanti e poliedriche di cui l’invisibile mondo dei suoni
è costituito. Il paesaggio jazzistico può forse
rinunciare al prezioso tramite della Pipa per essere interpretato? Non
è casuale allora che tanti jazzmen abbiano avuto, un bel giorno
della loro carriera, l’incontro con la pipa.
Forse solo per ritrarre in musica le contorte volute di fumo; o sono
state queste ultime con i loro plastici giochi ad offrire lo spunto per
fraseggi pentatonici, esatonali, e poi ancora modali o totalmente free,
privi di direzione, occasionali? Sarà stato per…
“Bruciare le amarezze della vita”, (anche il jazzista degli
anni ’40 ne avrebbe avuto bisogno…) e nonostante
ciò il fumo ne sarebbe uscito leggero e comunque aggrovigliato
in improvvisati percorsi aerei. Forse perché i guizzi fantastici
del linguaggio jazzistico trovano nel fumo della pipa un alleato,
imprevedibile e inafferrabile nella magica essenza, che possa
però rappresentare materialmente l’immagine di un pensiero
creativo che poi si dissolve, lasciando traccia solo nel ricordo di
ciò che è stato. Per questi ed altri motivi la pipa
è bene accetta , anzi, diremo che taluni musicisti, non pochi,
ne hanno fatto inseparabile consigliera di vita e di lavoro, confidando
a lei le tristezze di un Blues, gli affanni di una Ballad o la gioia
infantile di scorazzare sugli accordi di un Rhythm Change. |
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| Dizzy
Gillespie ad esempio, aveva diviso un lungo periodo con la pipa, forse
quello più importante della sua vita che è pure uno dei
momenti fondamentali della storia del jazz degli anni ’40, quando
insieme a Charlie Parker aveva contribuito in prima persona alla
nascita del Be-Bop. “Groovin’ High”, "A Night in
Tunisia”, “Diz Atmosphere” sono le sue composizioni
di quegli anni al Minton’s Club newyorkese. |
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Il Charlie
Mingus di “Phytecantropus Erectus”, di "Fables of
Fabous”, della protesta razziale, di tante pagine jazzistiche
sofferte
emozionalmente con sincero slancio, anch’egli affidava le
vulcaniche
composizioni e i soli del suo contrabbasso alla potenza ispiratrice
della pipa. Peggio di un cane bastardo, "Beneath the Underdog",
poichè
nelle sue vene circolava sangue negro e pellerossa, cocktail devastante
di discriminazione ed emarginazione. Ruvido di carattere, puntiglioso
ed irascibile Mingus, amato ed odiato da colleghi e da quanti lo
circondavano sembrava trovare un minimo di serenità interiore
solo con
la sua pipa. |
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| Più pacato
Fred Katz, violoncellista veterano dello storico quintetto di Chico
Hamilton. Violoncellista per far piacere al Buddy Collette, suo
fraterno amico, e allo stesso Hamilton, mentre era il pianoforte il suo
strumento preferito, studiato per anni ed anni. Profondo conoscitore
della letteratura pianistica classica e genialoide musicista di jazz,
Fred Katz si separava di rado, durante la giornata, dalle sue pipe;
anche durante le performances più impegnative aveva la pipa tra
le labbra, ulteriore accento sulla sua aria distratta e trasognata. |
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Sarebbe interessante
sapere quanto abbia inciso la pipa, quella generosa e misteriosa, sulla
composizione delle colonne sonore di pellicole cult come
"L'Ispettore Callaghan" o "Mission Impossible" e "Bullit", per
citarne alcune. Boris Claudio Schifrin, meglio noto come Lalo,
argentino di nascita, pianista e compositore di raffinata
sensibilità, non era estraneo negli ambienti dei jazz club
parigini, spesso al fianco di Dizzy Gillespie e di altri
musicisti europei degli anni '60. Certamente le sue pipe ne sanno
qualche cosa dei paesaggi visionari descritti in "Jazz Meets Synphony"
serie di 5 opere in cui folklore e arte compositiva si intrecciano per
dare vita ad un unicum espressivo: una Mixture dagli effluvi
trascinanti... |
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| La voce di Bing
Crosby è indissolubilmente legata a " White Crhistmas", colonna
sonora della serena atmosfera domestica del Natale made in Usa
esportata in tutto il mondo. Tanto famoso ed amato il Bing d'oltre
oceano che perfino la Savinelli, per prima, gli dedicò uno
shape; addirittura fu inventato un Termostatic
System Pipe che galoppò poco sul mercato accanto al suo
nome, ma
contribuì a fare della pipa un oggetto simbolo di quell' America
patinata. |
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Aspetto
distinto e barba curata Ron Carter è un estimatore delle bent
sabbiate, ma non disdegna anche preziose lisce fiammate.
Contrabbassista dai trascorsi sinfonici Carter è una pietra
miliare del jazz moderno, caposcuola del suo strumento del quale ne ha
caratterizzato il suono rendendolo il più imitato. Le sue linee
bassistiche hanno risuonato per tutti gli anni ’60, culminate in
“Miles Smiles” di Miles Davis evidenziando pure quel
“relax” tanto ricercato da altri jazzisti e che spesso
determina i connotati di un brano: dono naturale o frutto di studio e
concentrazione? A giudicare dalle foto del contrabbassista in sala di
registrazione si potrebbe pensare che le sue Peterson abbiano avuto un
ruolo non marginale nella ricerca del feeling, nel creare il giusto
groove, nel favorire l’interplay!
E la ricognizione sui personaggi dediti alla pipa che hanno avuto e
tutt’ora hanno un posto nella scena jazzistica, nell’ala
tradizionale quanto nella mainstream, nel neo-bop quanto
nell’area progressiva, potrebbe continuare a lungo. |
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Doc
Cheatham, (Adolphus Antony Cheatham) era nato in quella generosa
Nashville che tanto pathos ha versato nelle anime dei suoi
figli da rendere il loro modo di fare musica presto riconoscibile.
Trombettista jazz e bandleader degli anni '20, Doc è ricordato
per essere un raro esempio di musicista rimasto
sempre in secondo piano, la cui vena artistica però esplose solo
dopo il suo settantesimo compleanno: pensate che le sue pipe, pur
interpretando l'innata modestia del trombettista, non abbiano
avuto un ruolo determinante nella perseverante caparbietà
artistica?
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E
che dire della perseveranza di Albert Nelson, uno dei King della
chitarra blues nato lungo il Mississipi? Nella piantagione di cotone
presso la quale lavorava da ragazzino si costruì un arnese che
somigliava in qualche modo ad una chitarra. Solo più tardi ne
ebbe una vera in regalo e segnò l'inizio della sua faticosa
carriera, fino a diventare un King, da cui il soprannome. Jimmy
Hendrix, Eric Clapton, Steve Ray Vaughan. Mike Bloomfield e molti
altri, per loro stessa ammissione, sono debitori ad Albert King.
Qualcuno racconta che quando praticava i bending con la chitarra anche
il lento fumo della sua pipa si piegava in percorsi sinuosi e
malinconici. D'altra parte la pipa non è stata mai sciocca e
giuliva. Consolatrice, se mai... |
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| Paul
Bley componeva in compagnia della pipa e, in questo caso, potremmo
proprio parlare di ricche volute di suoni che richiamano il lento
diradarsi di nuvole di fumo, sempre diverse e sempre più
fantasiose. “Turns”, ad esempio, ultimo lavoro di Bley per
l’etichetta Savoy, registrato nel ’64 e da poco reso in Cd,
ci conduce in paesaggi sonori di rara bellezza, dipinti con meticolosa
cura, tanto che è possibile percepire addirittura il profumo del
tanto tabacco bruciato per perfezionare una idea, un sussurro o una
ripida impennata pianistica. |
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Tra
i tanti jazzmen che hanno instaurato un rapporto, come dire, creativo,
con l’amica in radica, potremmo citare il contrabbassista Ronald
McClure, McJolt per gli amici, tanto poderoso nel walkin’ bass
quanto lirico e delicato nei solos: chi lo ricorda capelluto bassista
negli “Heart Wind and Fire” degli anni Settanta? |
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non avrebbe potuto affidare ad una magica pipa le sue fantastiche
costruzioni di arabeschi melodici l’Archie Sheep degli anni '60?
Sax che urla, sussurra, langue, stride, ricama, implora considerazione
e giustizia per il popolo nero. |
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Earl
Hines,”Fhata”, il Padre, poiché caposcuola di intere
generazioni di pianisti, non si creava problemi nell’apparire in
concerto, negli anni ’50-’60, con una pipa fumante tra le
labbra. Qualcuno assimilò la sua immagine a quella di un treno,
fumante, poderoso, capace di produrre tanta energia Un treno carico di
straripante musicalità che dirompeva dentro, e la pipa ne
emanava gli effluvi all’esterno: Grande Earl!!! |
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Insomma
se il jazz è estemporaneità, improvvisazione,
creatività supportata da studio profondo, continua ricerca nel
vasto mondo dei suoni e altrettanto coinvolge la persona tutta nei suoi
aspetti culturali e umani che entrano a far parte del messaggio
musicale, se essere jazzisti significa anche saper rinunciare ai facili
guadagni di altra musica a vantaggio di una integrità espressiva
individuale, quando questo non sia manierismo o, addirittura, remake,
se il jazz è tutto questo e forse qualcos’altro ancora, la
Pipa, a buon diritto, potrebbe racchiudere e contenere in se i valori,
lo spirito l’estro che sono anche nel jazz. Potrebbe quindi
essere simbolo di un “modus vivendi”, di un certo tipo di
personalità, di quella cioè che si rivolge principalmente
alla sostanza, all’essenza delle cose, esternate con la pacata
sicurezza di chi ha consapevolezza della propria identità.
Come il Jazz anche la Pipa esige riflessione durante il suo
“solo”, durante la fumata , tutto si improvvisa sulla base
però della conoscenza e mai della totale casualità. Ogni
fumata, come ogni “solo”, è uguale soltanto a se
stessa, egoistico godimento di cui l’ascoltatore, naso al vento,
ne recepisce il profumo, gli umori, l’impegno interiore, ma mai
il gusto del “costruire”, del portare a compimento il
pensiero musicale che avvolge il musicista in una arzigogolata spirale
fumosa. E poi la frase sale, sale, s’allarga e si dissolve e non
tornerà mai più uguale, resta solo il profumo, il ricordo
sufficiente per poter ricominciare, al momento giusto, con rinnovato
entusiasmo, la costruzione di un altro paesaggio lasciando al lento
fumo della pipa la libera, spontanea interpretazione.
Marcello Sebastiani |
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