Una tessera, una ricorrenza

Sembra
una vita, ma ha solo dieci anni il nostro Mpc. A scanso
d’equivoci precisiamo subito che stiamo parlando
dell’Mpc come associazione culturale, i cui principali scopi
sono “promuovere e diffondere la
‘cultura’ della pipa; valorizzare
l’attività artigianale italiana, con particolare
riguardo a quella relativa alla produzione della pipa, in riferimento
al suo design, al valore storico e culturale di una ricerca,
progettazione e realizzazione tradizionale”.
Buoni propositi che abbiamo rispettato, e nei quali continuiamo a
riconoscerci, al punto da dedicare a questo speciale decennale la
tessera e la Pipa dell’anno Mpc 2013. Con tanto di timbri,
bolli e doveroso contributo all’Agenzia delle entrate, il 21
marzo 2003 Mpc registrava e depositava la “costituzione di
associazione culturale”.
Come
un’associazione culturale degna di questo nome, tra gli scopi
principali Mpc si proponeva “come luogo d’incontro
e di aggregazione, nel nome di interessi culturali comuni, assolvendo
alla funzione sociale di maturazione e crescita umana e
civile”. Nel nostro piccolo riteniamo che anche questa
finalità sia stata rispettata, nei confini di
un’associazione culturale apolitica, apartitica, areligiosa e
– cosa cui teniamo in particolar modo – senza scopo
di lucro.

Per la cronaca,
però, permetteteci di fare qualche passo indietro,
ricostruendo un po’ di storia, anche se con la
“s” minuscola. Un salto di oltre mezzo secolo,
quando il primo Milano Pipa Club ha fatto capolino nel capoluogo
lombardo negli anni ’50. Inutile ricordarvi che, in quei
tempi, la pipa era un fenomeno di massa, popolare in qualsiasi ordine
di ceto, dai contadini fino agli intellettuali, al punto da essere
raffigurata in tutte le immagini del periodo, dalle
foto-ricordo alle illustrazioni di copertina di riviste riservate
all’élite dello spettacolo come il teatro.
L’illustrazione della tessera Mpc 2013, infatti, vuole essere
un omaggio a quegli anni irripetibili, riprendendo un particolare del
disegno di copertina de “Il Dramma” (quindicinale
di commedie di grande interesse, come recita l’impressum
della rivista teatrale nata negli anni Venti) realizzato da Fulvio
Bianconi (Padova 1915 – Milano 1996).
Solo per darvi
un’idea del successo della pipa, basterà
ricordarvi che alla fine degli anni Sessanta, almeno fino ai primi dei
Settanta solo a Milano si contavano circa diecimila iscritti al Club
locale (che nel frattempo variava la sua definizione, fino al Davoli
Milano Pipa Club). Gli stili di vita, che hanno questa strana tendenza
a modificarsi strada facendo, cambiavano, come cambiavano gusti,
tendenze, abitudini e mercati. La pipa, com’era stata
conosciuta fino ad allora, aveva fatto il suo tempo.
Nell’immaginario collettivo, a metà degli anni
’70 fino ai primi degli Ottanta, riusciva ancora a
ritagliarsi un suo spazio grazie al “made in
Italy”; un’onda lunga dell’eccellenza
italiana che - dall’architettura, il design e la moda
– s’era estesa alle pipe dei migliori artigiani.
Una bella stagione, che ha
fatto conoscere i maestri marchigiani (soprattutto del Pesarese)
affiancandoli ai marchi storici del Varesotto e quelli Canturini ormai
internazionali. Una stagione relativamente breve, però,
già esaurita negli anni Ottanta quando la diffusione della
pipa entrava nella sua inevitabile parabola discendente.
Scomparivano i
“tabacchini” storici, punto di ritrovo dei fumatori
e degli appassionati, e i Pipa Club si diradavano in tutto il Paese. I
pochi rimasti si potevano contare sulle dita delle mani. Il Milano Pipa
Club era dato letteralmente scomparso, fino a quando Massimiliano
Baggio (spalleggiato da un manipolo di amici fumatori di pipa) decise,
praticamente a titolo personale, di “rispolverare”
la vecchia denominazione registrando il Milano Pipa Club nella
Federazione dei Pipa clubs italiani: il Pipa Club Italia, fondato nel
1965 e a sua volta membro del Comitè international des pipe
clubs.

Si era ormai negli anni
Novanta, ma permetteteci di non indicare l’anno preciso,
visto che avremmo tutta l’intenzione di festeggiarlo a tempo
debito. Il Milano Pipa Club era quasi fisiologicamente riservato ai
pipesmoker milanesi, non fosse altro per i motivi logistici legati alle
riunioni mensili che venivano organizzate in città. Ma la
diffusione di internet avrebbe, da lì a poco, cambiato
tutto. Nel 2000, infatti, era già on line il sito creato ad
hoc – ancora una volta a titolo personale -da Sergio Mauri.
Il
Milano Pipa Club fu il primo a dedicare una “mailing
list” riservata ai soci, agli appassionati, ai curiosi del
mondo della pipa. Senza false modestie, indipendentemente dal numero
degli iscritti ufficiali, sito e mailing list diventarono un punto di
riferimento a livello nazionale, al punto che non pochi pipemaker
artigiani aderirono a quello che, nel frattempo, era diventato il primo
pipa club virtuale d’Italia.
Ben
presto diventarono più numerosi i soci e i simpatizzanti del
Milano Pipa Club non milanesi rispetto ai pipesmokers
all’ombra della Madonnina. Sorprendeva, comunque, che in un
Paese dai “mille campanili” nessuno recriminasse
per una dicitura che ormai non rappresentava - se non per la
piccola ma efficiente macchina organizzativa –
un’origine identitaria. Per correttezza si decise
l’adozione del nome Mpc, che poteva essere associato sia ad
un inedito “multimediale pipa club”, sia
all’originale meneghino.
Nel
frattempo Mpc ritirava la sua partecipazione alla Federazione dei Pipa
clubs italiani; la stragrande maggioranza dei soci, infatti, non
condivideva finalità e “stile di fumo”
con la principale caratteristica del Pipa Club Italia:
l’organizzazione di gare ufficiali di “fumo
lento”. Più prosaicamente aggiungeremo che
l’idea di versare una quota annuale ad una Federazione che,
appunto, offriva come suo principale contributo
l’organizzazione di dette gare, era diventata inaccettabile.
Sempre
per correttezza, sentito il parere dei soci, Mpc sentiva
l’esigenza di istituzionalizzare il club, mettendolo al
riparo da eventuali rischi speculativi, di interessi personali o
– peggio ancora – legato a finalità
commerciali di infimo cabotaggio. C’era anche
l’esigenza di regolarizzare, pur escludendo a priori
finalità lucrative, il flusso di contributi (sia dei soci,
sia dei pipemaker soci) che puntualmente accompagnava ogni iniziativa
del club. Da qui la nascita, esattamente dieci anni fa,
dell’Mpc come associazione culturale senza scopo di lucro.
Il
riassunto di questi ultimi dieci anni potete benissimo farlo da soli,
visto che tutti voi avete contributo a scriverlo. Permetteteci,
però, un ultimo vezzo. Al momento della registrazione
dell’associazione Mpc dichiarammo un patrimonio sociale di
mille euro, e sottoscrivemmo anche l’uso che si sarebbe fatto
delle risorse economiche giacenti nell’eventualità
l’associazione stessa si sciogliesse o si estinguesse: tutto
sarebbe stato “reinvestito” nel nostro scopo
statutario, “promuovere e diffondere la
‘cultura’ della pipa; valorizzare
l’attività artigianale italiana”. Vale a
dire che tutto rientrerà comunque, in forma pipesca, nella
disponibilità di chi ha dimostrato di avere a cuore la
cultura della pipa: tutti i soci Mpc, pipesmokers e pipemakers.
Insomma,
vada come vada, essere soci Mpc conviene.
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